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Mafia (IT)

Arrestato Latitante del clan Cursoti

Stava scontando una condanna a 30 anni di galera, per associazione mafiosa e omicidio. Paolo Balsamo, classe 1965, alias Sucasangu-Buttafuoco, è stato individuato dagli uomini della Direzione Investigativa Antimafia di Catania e bloccato mentre era pronto a lasciare la città in treno.

von Cecilia Anesi , Giulio Rubino

Era latitante dalla metà di giugno, quando era riuscito a far perdere le sue tracce fuggendo dalla cooperativa sociale „Sammartini“ di Bologna, dove faceva servizio da operatore volontario. Godeva infatti di un regime di semi-libertà che gli permetteva di uscire per lavorare, ma si sarebbe dovuto presentare al carcere di Bologna al termine del suo turno.

Balsamo aveva partecipato nei primi anni novanta alla guerra di mafia fra il clan „Laudani“ ed il clan „Cappello“, militando nelle file di quest’ultimo. Nel 1991 era stato l’esecutore materiale dell’omicidio di Carmelo Murabito, strangolato col filo del telefono e poi bruciato. Nello stesso anno Balsamo era ‘migrato’ al clan „Cursoti“ finendo sotto l’ala dei boss Rosario Pittarà, Antonio Giustolisi e Salvatore Privitera, alleati della frangia milanese del clan, capeggiata da Jimmy Miano.

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Nel 1991 più volte Balsamo aveva cercato di proporsi come ‘pentito’ e collaborare con la giustizia, ma per gli inquirenti si era dimostrato inaffidabile.

La sua fuga è finita in Calabria, per la precisione a Rossano, in provincia di Cosenza. Le autorità lo aspettavano, e tenevano d’occhio attentamente la cittadina. Alla fine lo anno individuato in una macchina vicino alla stazione, dove lo avevano accompagnato da due donne, una delle quali proprietaria dell’automobile. Circondato, non ha opposto resistenza ed è stato riportato dietro le sbarre, dove già lo attendevano altri 17 anni da scontare.

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Mafia (IT)

Manifesti a Napoli contro Caldoro: „Il governatore più amato dalla Camorra“

La settimana scorsa Stefano Caldoro, governatore della Regione Campania ed esponente del centro destra, è stato protagonista di poster disegnati in stile film poliziesco anni ‘70.

von David Schraven , Cecilia Anesi , Giulio Rubino

Un font western-style enunciava in rosso: „Il governatore più amato dalla Camorra“, e accanto, più in piccolo, „la Regione Campania è stata presieduta e amministrata per cinque anni grazie ai voti di uomini arrestati, indagati o inquisiti di cui parlano i pentiti di Camorra“. E vicino a questa scritta, ecco una lista di nomi di politici che hanno guai con la giustizia, come l’ex ministro Mario Landolfi e l’ex sottosegretario all’economia – durante l’ultimo governo Berlusconi — Nicola Cosentino, in carcere da aprile per estorsione e concorrenza sleale aggravata dalla finalità camorristica.

Cosentino aveva raccolto grande successo alle ultime elezioni, ma per lui è stato il secondo arresto in poco più di un anno. Su di lui a primavera 2013 pendeva un’ordinanza di custodia cautelare emessa nell’ambito dell’inchiesta denominata „Il Principe e la Scheda Ballerina“, essendo imputato per il presunto reimpiego di capitali illeciti in relazione alla costruzione, mai avvenuta, di un centro commerciale a Casal di Principe. Dopo alcuni mesi di carcere, gli furono concessi i domiciliari e a novembre, su decisione del tribunale di Santa Maria Capua Vetere, è tornato in libertà. Ma tra ‘O Mericano, come viene chiamato in politica, e Stefano Caldoro non corre buon sangue. Sono si dello stesso partito, Forza Italia, ma di due frange di potere opposte, in Campania.

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E poi c’e stata la brutta storia del dossier falso creato ad hoc per screditare Caldoro, come scritto da Conchita Sannino, dove falsi testimoni avrebbero raccontato dei contatti tra Caldoro e la Camorra. Tutto finto. Inoltre, Stefano Caldoro non è mai stato indagato per presunti contatti con la criminalità organizzata, e l’autore dei poster diffamatori non svela perchè il governatore dovrebbe essere il „più amato dalla camorra“. Firma sconosciuta, nonostante siano ormai passati giorni dall’affissione nel centro cittadino di Napoli, e nessuna rivendicazione. L’unità Digos della polizia indaga, ma ancora si ignora l’identità della mente dietro a tale opera.

Cecilia Anesi, Giulio Rubino

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Mafia (IT)

Duro colpo al Clan Bidognetti, arrestato capo per estorsione

La criminalità organizzata cambia metodi, ma non abbandona quelli vecchi. Se da un lato sono in aumento le indagini che legano crimini finanziari e investimenti apparentemente puliti a capitali mafiosi, dall’altro il “pizzo”, l’estorsione, è ancora uno dei metodi principali per finanziare i clan e provvedere alle ‘spese’ degli affiliati in carcere. Ne sono la prova i 18 arresti effettuati nell’ultimo anno per questo crimine dalla Squadra Mobile di Caserta solo per quanto riguarda il clan Bidognetti, affiliato alla Camorra dei Casalesi.

von David Schraven , Cecilia Anesi , Giulio Rubino

Gli ultimi arresti riguardano Dionigi P., classe ’62, e Giuseppe B., classe ’78, entrambi di Casal di Principe. Il primo aveva recentemente assunto la guida del gruppo Bidognetti occupandosi proprio della riscossione del pizzo.

P. è del resto una personalità criminale di un certo rilievo, essendo stato già condannato nell’ambito del processo “Spartacus”, che aveva visto condannati Francesco „Sandokan“ Schiavone, Francesco Bidognetti, Michele Zagaria e Antonio Iovine. In passato il clan Bidognetti aveva collaborato alle attività di traffico di rifiuti denunciate dal pentito Carmine Schiavone, interrando fra gli altri, secondo Schiavone, anche rifiuti di tipo nucleare provenienti dalla Germania.

Grazie ad una dettagliata attività di indagine, basata sopratutto su intercettazioni ambientali, la Squadra Mobile è riuscita a ricostruire come P. e B. avessero cercato di ottenere denaro da due imprenditori del settore edilizio, impegnati nella costruzione di 90 appartamenti in provincia di Caserta.

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Gli edifici non erano ancora terminati, e le vittime hanno cercato di spiegare che, non avendo potuto neppure cominciare a vendere gli appartamenti, ancora non c’erano soldi. Ma P. e B. avevano insistito per avere la somma richiesta prima della scadenza di ferragosto.

Anche di fronte a queste pressioni però, le vittime non hanno in alcun modo cercato di denunciare l’estorsione subita, anzi. Solo quando la polizia li ha messi di fronte alle prove raccolte si sono decisi ad ammettere le vessazioni a cui erano sottoposti.

Cecilia Anesi, Giulio Rubino

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Mafia (IT)

Polizia arresta 27 ‘ndranghetisti con ramificazioni internazionali

Oltre 250 uomini dello Sco della Polizia di Stato e della Squadra mobile di Reggio Calabria hanno dato esecuzione questa mattina all’operazione “Morsa sugli appalti pubblici”, che ha portato agli arresti di 27 tutte appartenenti a potenti cosche jonico-reggine.

von David Schraven , Cecilia Anesi , Giulio Rubino

Gli indagati sono stati arrestati tutti per associazione mafiosa poiche appartenenti a due delle ‘ndrine più pericolose, “Commisso” di Siderno e “Aquino” di Marina di Gioiosa Ionica. Le accuse sono anche di estorsione, turbata libertà degli incanti, illecita concorrenza con violenza o minaccia e reati in materia di armi.

L’operazione e’ il proseguimento di un’indagine contro la ‘Ndrangheta che nel 2010 portò in carcere 300 persone tra la Calabria e la Lombardia. E’ infatti il proseguo della famosa inchiesta Crimine2, dalla quale emergeva l’influenza delle ‘ndrine fuori dai confini nazionali, anche in Germania, Svizzera e Austria. L’indagine, scrive Il Dispaccio di Reggio Calabria, il primo giornale a lanciare la notizia questa mattina, „ha confermato la leadership di una delle più importanti consorterie della ‘Ndrangheta del versante ionico-reggino, la cosca Commisso, capace di proiettare le sue attività criminali anche in ambito transnazionale, specie in Canada, con il condizionamento degli appalti pubblici, con particolare riferimento al settore delle infrastrutture per i lavori di ammodernamento di arterie stradali, acquedotti, edifici scolastici dell’area.

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Inoltre, fa sapere la Polizia di Stato, dalle indagini e’ emerso che le ‘ndrine condizionavano gli appalti pubblici, con particolare riferimento al settore delle infrastrutture e a quello relativo alla gestione dei rifiuti nelle nell’entroterra reggino di Siderno e sul versante ionico reggino, nell’area di Gioiosa Ionica, Natile di Careri, Ciminà e Caulonia. Le ditte che si aggiudicavano gli appalti si facevano pagare una tangente del 3 per cento sul valore dei lavori. La tangente calava un po’ di valore se le imprese che si aggiudicavano i lavori erano considerate “amiche” dagli uomini della ‘ndrangheta.

C’è anche un politico tra gli arrestati accusato di associazione mafiosa in quanto avrebbe chiesto sostegno elettorale alla cosca Commisso sia per l’elezione al Comune sia per le regionali del 2010 alle quali però, poi non si presentò. Il comune di Siderno è stato sciolto per infiltrazioni mafiose nel marzo 2013.

Cecilia Anesi, Giulio Rubino

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Mafia (IT)

Nuova confisca da 45 milioni al „Re delle Slot“

Lo chiamano “Il Re delle slot machines”:  Antonio P., anni 62, di Catania, è infatti uno dei principali imprenditori italiani del settore del gioco d'azzardo: principalmente slot machines e sale gioco ma anche affidamenti per lotterie e scommesse a distanza.

von David Schraven , Cecilia Anesi , Giulio Rubino

Padovani, è già noto alle croncache giudiziarie: condannato in primo grado dal Tribunale di Gela per la sua vicinanza alla famiglia nissena di Giuseppe „Piddu“ Madonia nel 2011, aveva subito al tempo un primo maxi sequestro di beni del valore di 40 milioni di euro.

Ma il „Re Mida delle slot“ si è visto oggi sequestrare beni e asset per altri 45 milioni di euro dalle Fiamme Gialle di Caltanissetta.

L’iter giudiziario di sequestro era iniziato a Dicembre 2011, quando il Tribunale di Caltanissetta ne aveva firmato il decreto. Ed è stato il G.I.C.O., nucleo dedicato alla lotta alla criminalità organizzata, che dopo avere ricostruito la totale rete degli asset del P. grazie al software investigativo Molecola, gli ha oggi confiscato altre 16 società a Catania, Roma e Modena, oltre a 40 depositi bancari a Milano, Roma, Biella, Padova, Siena, Lecce, Palermo e Ragusa, intestati in alcuni casi a dei prestanome.

Confiscati inoltre beni immobili nella provincia di Catania, tra cui due ville con piscina dal valore di 4 milioni di euro, numerose auto e una barca da diporto di 40 metri.

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P. è stato anche indagato dalla DDA di Napoli nell’ambito dell’indagine „Hermes“, che lo vedeva in strettissima correlazione con l’imprenditore campano Renato G., suo corrispettivo in Campania, il quale secondo l’accusa avrebbe stretto accordi con la Camorra dei Casalesi per la gestione di sale da bingo e slot machine.

Per gli inquirenti, P. sarebbe una figura chiave. Il Gip che firma l’ordinanza di custodia cautelare a Napoli lo definisce „uomo di mafia: egli si presta, per il clan di appartenenza, nel medesimo settore delle slot dove opera da tempo, garantendo anche attraverso la compiacenza di funzionari infedeli, l’ottenimento delle concessioni e curando l’apertura di sale intestate a terzi, ma in realtà riconducibili ad interni alla cosca“.

Gli affari di P. nel mondo del gioco d’azzardo sono estesi anche al di fuori dei confini nazionali, ma i sequestri del patrimonio sono per ora tutti italiani.

Cecilia Anesi, Giulio Rubino

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Mafia (IT)

Tre milioni di euro di beni sequestrati al cugino di Matteo Messina Denaro

Tre milioni di euro di beni, mobiliari e immobiliari, sono stati sequestrati all’imprenditore Giovanni F. di Castelvetrano, Trapani, cugino del boss latitante Matteo Messina Denaro. Alle prime luci dell’alba infatti, le Fiamme Gialle e i ROS dei Carabinieri di Palermo, hanno fatto scattare i sigilli in un’operazione antimafia coordinata dalla Direzione Investigativa Antimafia (DIA).

von David Schraven

Il provvedimento di sequestro è stato emesso dal Tribunale di Trapani – Misure di Prevenzione, che ha accolto la proposta di misura di prevenzione patrimoniale finalizzata alla confisca della Direzione Distrettuale Antimafia di Palermo.

L’imprenditore Giovanni F. era stato arrestato nel marzo del 2010 nell’ambito dell’operazione „GOLEM — fase II“, ma assolto in primo grado dal Tribunale di Marsala. L’accusa, per il reato di associazione mafiosa, riguardava la sua presunta appartenenza al“mandamento“ di Castelvetrano (TP), per il quale avrebbe curato le attività estorsive, il reinvestimento dei proventi e la messaggistica dei pizzini da e per il boss latitante Messina Denaro.

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L’anno scorso però, il 13 Dicembre, Giovanni F., veniva nuovamente arrestato nell’ambito dell’ „OPERAZIONE EDEN“, coordinata dal Procuratore Aggiunto della Direzione Distrettuale Antimafia di Palermo, Teresa Principato, in quanto ritenuto membro di Cosa Nostra e colpevole del delitto di trasferimento fraudolento di beni, al fine di agevolare l’attività dell’associazione mafiosa.

A seguire, una intensa attivita’ d’indagine economico-finanziaria, coordinata dal PM della D.D.A. di Palermo, Bernardo Petralia, che ha „consentito di dimostrare la manifesta sproporzione tra il valore dei suddetti beni e la capacità reddituale dell’imprenditore colpito dall’odierno provvedimento“ – si legge nel comunicato stampa – „tale da non consentire la possibilità di acquisire le risorse finanziarie, idonee ad avviare autonomamente nuove attività commerciali, dai redditi legittimamente dichiarati dall’interessato. Tali disponibilità, pertanto, sono da considerarsi frutto delle attività illecite o il reimpiego dei relativi proventi.“

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Mafia (IT)

Arrestato il boss della Ndrangheta Pantaleone Mancuso. Era in Argentina sotto falso nome.

 polizia Argentina ha bloccato ieri il boss della 'Ndrangheta Pantaleone Mancuso, al confine fra Argentina e Brasile, nei pressi di Iguazù. Mancuso, su cui gravava un ordine di cattura internazionale ed era ricercato dall'interpol, stava cercando di entrare in Brasile con un documento falso e 100.000 euro in tasca.

von David Schraven , Cecilia Anesi , Giulio Rubino


 polizia Argentina ha bloccato ieri il boss della ‘Ndrangheta Pantaleone Mancuso, al confine fra Argentina e Brasile, nei pressi di Iguazù. Mancuso, su cui gravava un ordine di cattura internazionale ed era ricercato dall’interpol, stava cercando di entrare in Brasile con un documento falso e 100.000 euro in tasca.

La Direcion Nacional de Migraciones, autorità di controllo frontiere Argentina, ha subito riconosciuto il documento falso, un documento Argentino per stranieri intestato all’alias „Luca de Bortolo“, ed ha chiesto l’intervento della polizia che, grazie al controllo delle impronte digitali, ha identificato il latitante e per Mancuso il ponte Tancredo Neves, varco fra i due Paesi Sudamericani, si è chiuso immediatamente.

Dopo un primo tentativo di negare le accuse delle autorità argentine, Pantaleone Mancuso ha confessato la sua identità, ed è ora detenuto in attesa di estradizione.

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Pantaleone Mancuso è uno degli 11 fratelli Mancuso, la prima generazione del clan di Limbadi (Vibo Valentia). Figlio del defunto Domenico Mancuso, che era ritenuto uno dei fondatori del clan omonimo, i suoi fratelli Giuseppe, Diego e Francesco (detto ‘Tabacco’) sono già in carcere, scontando rispettivamente l’ergastolo il primo, 16 anni il secondo ed una condanna definitiva per associazione mafiosa il terzo.

Pantaleone stesso è una figura di chiaro rilievo per il clan Mancuso, egemone nell’area del Vibonese. Ricercato per associazione mafiosa e duplice tentato omicidio, era già stato coinvolto in diverse operazioni di polizia, compresa l’operazione „Dinasty“ per la quale era già stato condannato ed aveva scontato la pena. Detto ‘I’ingeniere’, era latitante dal 2 Aprile scorso, in fuga da un ordinanza di custodia cautelare emessa dal GIP Assunta Maiore per il duplice tentato omicidio della sua stessa zia, Romana Mancuso, e del cugino Giovanni Rizzo, un tentato omicidio nato presumibilmente in seguito a contrasti interni al clan.

Giulio Rubino, Cecilia Anesi

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Mafia (IT)

Duro colpo al Clan Lo Russo: Trentaquattro arresti nella mattinata a Napoli.

Trentaquattro arresti e confische di beni nel valore complessivo di 10 milioni di euro sono stati effettuati questa matina a Napoli contro esponenti del clan Lo Russo.

von David Schraven , Cecilia Anesi , Giulio Rubino

Gli arrestati sono accusati di associazione mafiosa e traffico di stupefacenti, per aver gestito diverse piazze di spaccio nell’area controllata dal clan.

Gli arresti arrivano ora dopo un attività di indagine basata principalmente sulle dichiarazioni dell’ex capo clan, Salvatore Lo Russo, diventato collaboratore di giustizia dopo il suo arresto nel 2007 a Miano, nell’area a nord di Napoli.

Il clan Lo Russo era nato negli anni 70 e rapidamente asceso ad una discreta importanza per il suo ruolo sia nella lotta contro il clan Stabile che nella faida del quartiere Sanità.
La decisione di Salvatore Lo Russo di collaborare con le autorità ha naturalmente portato un duro colpo al clan, in primo luogo minanto l’autorità del figlio Antonio Lo Russo che, costretto alla latitanza dal 2010, era stato arrestato in Francia lo scorso Aprile, poi con le indicazioni che hanno permesso oggi di ricostruire la struttura del clan, indagine fondamentale per l’operazione di oggi.

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Il lavoro dei Carabinieri di Napoli e di Marianella, che indagavano sull’omicidio di Domenico Raffone, ucciso lo scorso 8 Marzo, ha inoltre portato all’identificazione di un altro gruppo di persone legate al clan Lo Russo che gestiva il traffico di stupefacenti nell’area di Marianella.

Sono stati effettuati infatti diversi sequestri di stupefacenti in quella zona, e sono state registrate conversazioni che chiariscono oltre ogni dubbio come gli spacciatori dovessero pagare una ‘tassa’ per operare in quella zona proprio a Mario Lo Russo.

Quest’ultimo era recentemente stato scarcerato dopo aver scontato una pena per possesso illegale di armi, ed aveva assunto un ruolo di ‘boss’ appena uscito dal carcere.

ContMianoemporaneamente agli arresti il G.I.C.O. (Gruppo Di Investigazione sulla Criminalità Organizzata) della Guardia Di Finanza ha sequestrato beni ed aziende di propietà del clan, compresi una pizzeria a Miano e diversi conti bancari, del valore complessivo di circa 10 milioni di Euro.

  • Giulio Rubino e Cecilia Anesi
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Mafia (IT)

Lettera di minacce a Scarpinato, Procuratore Generale di Palermo: „possiamo raggiungerti ovunque“

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von David Schraven , Cecilia Anesi , Giulio Rubino

i e’ saputo oggi che nella notte tra il 2 e il 3 settembre qualcuno si e’ intrufolato nella stanza del Procuratore Generale di Palermo, Roberto Scarpinato, recapitandogli una lettera di minacce direttamente sulla scrivania.

Scarpinato, conosciuto e apprezzato anche in Germania per essere stato tra i primi a raccontare la minaccia che incombe sul paese, e’ la memoria storica dell’antimafia palermitana. La Procura di Caltanissetta sta indagando sull’accaduto, visto che la lettera invita il magistrato a fermare le sue indagini e recita una frase spaventosa: “possiamo raggiungerti ovunque”. E per rendere il tutto piu credibile fa la lista dei luoghi più frequentati dal procuratore generale.

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Scrive Salvo Palazzolo, storica firma di Repubblica Palermo „Non è un mistero che in questi ultimi mesi il magistrato è soprattutto alle prese con la preparazione del processo d’appello per il generale Mario Mori e per il colonnello Mauro Obinu, assolti in primo grado dall’accusa di aver favorito la latitanza di Bernardo Provenzano. Dopo l’arrivo di nuovi atti dalla procura della Repubblica, il procuratore generale Scarpinato e il sostituto Luigi Patronaggio stanno adesso cercando di scandagliare nei misteri dei servizi segreti deviati. E all’udienza del 26 settembre chiederanno la riapertura dell’istruttoria dibattimentale. La posta in gioco è alta per le tesi dell’accusa, e le refluenze sono evidenti anche per il processo ‘trattativa mafia-Stato’, in cui Mori è pure imputato.“

Cecilia Anesi, Giulio Rubino

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Mafia (IT)

Arrestato Gaetano Cerci, latitante, colletto bianco del traffico di rifiuti per i Bidognetti

I Carabinieri del Reparto Operativo del Comando Provinciale di Caserta hanno arrestato il 13 settembre a Salerno il latitante Gaetano Cerci, 49 anni, ritenuto affiliato alla fazione Bidognetti del clan dei Casalesi. Cerci, secono la magistratura, avrebbe fornito la sua collaborazione nell’illecita attività di smaltimento e stoccaggio dei rifiuti, dedicandosi anche alla ricerca dei siti.

von David Schraven , Cecilia Anesi , Giulio Rubino

Il 24 luglio scorso fu destinatario di una ordinanza per il reato di estorsione, ma fu scarcerato dal Tribunale del Riesame l’11 agosto. Il giorno seguente, sulla base di un fondato pericolo della reiterazione dei reati, fu emessa una nuova ordinanza cautelare in carcere. Da quel momento inizia la latitanza di Cerci.

Più pentiti, tra cui da ultimo Francesco Della Corte, colui che qualche mese fa con le sue dichiarazioni diede l’avvio ad una campagna di scavi alla ricerca di rifiuti tossici tra Villa di Briano e Casal di Principe, hanno chiamato in causa Cerci. „Il traffico di rifiuti tossici dal Nord alle campagne del Casertano – ha raccontato pochi mesi fa Della Corte in uno dei processi che vede imputato l’ex sottosegretario del Pdl Nicola Cosentino – era già in corso dall’inizio degli anni ’90; a gestirlo era il boss Francesco Bidognetti tramite Gaetano Cerci e Cipriano Chianese, che si definiva massone e aveva contatti con Licio Gelli.

Cerci fu uno dei partecipanti alla famosa riunione di Villaricca del 1989 tra imprenditori, politici, camorristi e massoni, dove sono stati presi gli accordi sullo smaltimento illecito dei rifiuti tossici del nord Italia in Campania, e dove è stata stabilita la spartizione delle tangenti.

Ha raccontato il giudice Imposimato alla seduta 77 della Commissione Antimafia della XI legislatura: „La cosa sconvolgente e che fa quadrare il cerchio è che uno dei protagonisti di questa vicenda, tale Cerci Gaetano, titolare della Ecologica 89 S.r.l. che aveva come cointeressati Bidognetti Francesco, Schiavone Francesco e Zagaria Vincenzo29, si è certamente recato ad Arezzo, il 4 febbraio del 1991, per incontrare Licio Gelli. Inoltre, fu uno dei partecipanti alla riunione di Villaricca.“

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“L’emergenza rifiuti che oggi assedia la Campania da oltre un decennio trova qui le sue radici antiche“, scrive Alessandro Iacuelli nelle sue ‘Le Vie Infinite dei Rifiuti’, la bibbia della storia dell’ecmafia in Campania. „Nasce nel 1989 in questo piccolo comune alle porte di Napoli, nel ristorante dell’albergo ‘La Lanterna’, sulla circumvallazione esterna di Napoli, quella che la gente chiama ‘Doppio senso’, o ‘Strada degli americani’. Nasce tra gli invitati ad una cena speciale. Infatti si tratta di invitati molto speciali. Ci sono i camorristi di Pianura e dell’area flegrea, tra cui Perrella. Ci sono i casalesi. C’è Ferdinando Cannavale, nel ruolo di massone amico dei politici locali e nazionali. Ci sono i proprietari delle discariche, tra i quali quel Luca Avolio, proprietario dell’Alma di Villaricca, che sarà arrestato nel corso dell’Operazione Adelphi. C’è Gaetano Cerci, il titolare dell’azienda ‘Ecologia ‘89’, che trasporta e smaltisce rifiuti, ma è anche nipote di Francesco Bidognetti, braccio destro di Francesco Schiavone
‘Sandokan’. Cerci è inoltre il tramite tra il clan dei casalesi e Licio Gelli“.

Guarda il documentario Toxic Europe del 2011 che racconta anche la Riunione di Villaricca.

Cecilia Anesi e Giulio Rubino

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Mafia (IT)

Emilia-Romagna, da terra rossa a terra di mafia.

Secondo il dossier, sono cominciate ad arrivare alla dine degli anni 50, quando, dopo l’emissionedella legge sul ‘confino’ nel 1958, l’Emilia Romagna ha iniziato a ospitare i mafiosi che venivano mandati li dallo Stato per ‘ravvedersi’.

von Cecilia Anesi , Giulio Rubino

Il Gruppo Antimafia Pio La Torre ha appena pubblicato un dossier che riassume lo stato dell’infiltrazione mafiosa in Emilia Romagna, regione centrale lontana dalle roccaforti del crimine organizzato nel sud Italia ma non per questo libera dalla sua presenza.

Anzi. Quello che emerge è un quadro molto inquietante, dove se la ‘Ndrangheta e la Camorra mantengono un ruolo egemone non mancano le infiltrazioni della Cosa Nostra siciliana, e si registrano presenze di numerose altre organizzazioni minori: dalla pugliese Sacra Corona Unita alle organizzazioni criminali nord africane, le temibili mafie nigeriane, cinesi e albanesi. Non mancano neppure gruppi organizzati latino americani, rumeni e est europei in genere.

Il primo è stato Procopio Di Maggio, capo mandamento di Cinisi (Pa), a cui è seguita la famiglia, e gli amici, e la famiglia degli amici, fino ad arrivare all’oggi: oltre 3.600 uomini e donne affiliati. Parliamo, tra gli altri, di Tano Badalamenti (che secondo la Criminalpol dal ’74 al ’76 gestiva i suoi traffici illeciti dalla provincia di Modena), Pasquale Condello, il „supremo Boss“ di Reggio Calabria („cuore in Calabria e portafoglio a Cesena“ si diceva) e il Casalese „Sandokan“, in origine Francesco Schiavone.

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Ma il Gruppo Antimafia Pio La Torre non traccia solo lo storico dell’infiltrazione, ci racconta in modo preciso anche la situazione odierna. Appalti pubblici, gestone di opere pubbliche, pizzo, movida e bei ristoranti alla moda, come il Regina Margherita di via Farini a Bologna.

In 50 pagine traccia le maggiori operazioni di polizia antimafia che hanno dato filo da torcere alle organizzazioni in Emilia-Romagna, operazioni che descrivono senza mezzi termini il modo in cui la Regione è ormai utilizzata come un proseguimento delle terre d’origine per tutte e quattro le mafie italiane.

La Direzione Investigativa Antimafia nel suo ultimo rapporto semestrale sottolinea inoltre come la zona sia ormai ‘inquinata’ dal gioco d’azzardo che spesso porta all’indebitamento e successiva estorsione e usura da parte delle mafie. Ma pochissimi sono quelli che denunciano, compresi migliaia di esercizi commerciali che pagherebbero il pizzo in silenzio. E il paradiso fiscale di San Marino sarebbe ideale per ‘pulire’ fondi neri senza dovere coprire lunghe distanze. Dice il dossier:
“L’Emilia-Romagna balza al quarto posto per il riciclaggio di denaro sporco. Peggio stanno solo
Lombardia, Lazio e Campania: il numero delle operazioni sospette nel 2012 è stato pari a 5.192, nel 2008 erano 986.“


Cecilia Anesi, Giulio Rubino

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Mafia (IT)

Arrestato ieri latitante legato al clan Nuvoletta.

La latitanza di Salvatore A., legato al clan Nuvoletta della Camorra, si è conclusa ieri quando la polizia lo ha tratto in arresto dal suo nascondiglio a Maiano, in provincia di Napoli.

von Cecilia Anesi , Giulio Rubino

Per circa un anno e mezzo era riuscito a rimanere sotto I radar delle forze dell’ordine, che lo cercavano per applicare una condanna a 24 anni di carcere per traffico di sostanze stupefacenti, con le pene accessorie dell’interdizione legale, l’interdizione dai pubblici uffici perpetua ed anche una condanna alla misura di sicurezza della libertà vigilata di 3 anni da espiare a fine pena.

Gli affari di A. nel campo degli stupefacenti avevano anche ramificazioni internazionali, sopratutto in Germania dove operava sotto il falso cognome ‘Botta’.
Originario di Benevento, A. era in passato stato accusato di aver partecipato al sequestro di Gianluca Grimaldi, figlio degli armatori Grimaldi di Napoli, rapito il 2 Dicembre 1980. Per quel sequestro all’epoca fu pagato un riscatto di due miliardi di lire, ma la condanna del tribunale è arrivata solo nel 2005, quando A. (in quel periodo un personaggio molto influente nella zona settentrionale di Napoli) fu condannato a 18 anni di reclusione assieme a Gaetano R. e Giuseppe M., boss del clan Mallardo.

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Salvatore A., che tempo fa fu colpito dall’ictus, è stato trasportato dal suo rifugio fino all’auto della polizia, sulla sedia a rotelle, spinta dagli agenti.

Giulio Rubino, Cecilia Anesi

diariocivile

Mafia (IT)

La mafia in Europa su RaiStoria

Domani sera alle ore 21.30 RaiStoria trasmettera' il documentario Mafia – Affari sporchi in Europa di Alessandro Chiappetta con la regia di Agostino Pozzi, che racconta le mafie internazionali e i rapporti tra loro.

von Cecilia Anesi

Per tutto ottobre invece è previsto un ciclo di quattro puntate sulla storia della camorra campana. Ogni settimana il Procuratore Nazionale Antimafia, Franco Roberti, introdurra’ i documentari. In Mafia – Affari sporchi in Europa compariranno anche, tra gli altri, Francesco Forgione, dal 2006 al 2008 Presidente della Commissione Parlamentare Antimafia, la giornalista tedesca Petra Reski e Sonia Alfano, ex parlamentare europea, nel 2013 Presidente della Commissione Speciale Antimafia dell’Ue. A narrare le vicende del film è invece Giovanni Tizian, giornalista, da anni sotto scorta per aver denunciato nel suo libro „Gotica“ le infiltrazioni della ‘ndrangheta al nord. E, ovviamente, si parlera’ anche della strage di Duisburg e del fiume di denaro che raggiunge da anni anche la Germania.

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