Mafia (IT)

Oltre duemila i giornalisti minacciati dalle mafie in Italia

Sono 421 gli atti intimidatori solo nei primi dieci mesi del 2014, e sono 2060 i giornalisti minacciati dal 2006 ad oggi. La Commissione – che per la prima volta indaga quanto le mafie cerchino di mettere il bavaglio all'informazione nel Belpaese – traccia un profilo inquietante e che richiede una immediata azione da parte delle istituzioni per proteggere i cronisti e per assicurarsi che l'informazione non sia collusa.

von Cecilia Anesi , Giulio Rubino

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Sono oltre duemila i giornalisti minacciati dalle mafie in Italia dal 2006 al 2014, con un costante incremento che nei primi dieci mesi del 2014 ha contato 421 atti di intimidazione, „quasi tre ogni due giorni“. Questa l’inquietante conclusione della Relazione del Comitato della Commissione parlamentare antimafia dedicato a “Mafia, giornalisti e mondo dell’informazione”, approvata stamattina all’unanimità.

È la prima volta nella storia della Commissione parlamentare antimafia che viene fatta un’indagine del genere, dedicata all’informazione e ai giornalisti minacciati dalle mafie.

Il calcolo dei 421 atti di intimidazione è stato fatto da Ossigeno per l’Informazione, che ha censito in questi anni un vasto e drammatico repertorio di minacce, attentati, avvertimenti ai danni di migliaia di giornalisti. Molti, oltre la trentina, i giornalisti sottoposti a tutela – ovvero messi sotto scorta — dal Ministero dell’Interno.

Quando si parla di intimidazioni, per la Commissione, si parla di avvertimenti quali pallottole recapitate a casa, bombe inesplose, lettere o telefonate intimidatorie, linciaggi mediatici sui social-network ma anche violenze vere e proprie (sequestri di persona, aggressioni fisiche) fino ad „abusi del diritto, sono centinaia le querele pretestuose, esercitate o minacciate, per intimidire o indurre la testata a rinunciare alla pubblicazione“, si legge sulla Relazione di 80 pagine.

E la situazione riguarda tutto il Bel Paese. Da Ester Castano la giornalista 22enne da 3 euro ad articolo che ha preceduto di sei mesi la Procura di Milano nel scoprire la ‘Ndrangheta nel suo piccolo comune lombardo a Giovanni Tizian sotto scorta dopo che Nicola Femia, ‘ndranghetista di spicco esportato in Emilia, pensa di fermare il giornalista anche „sparandogli in bocca“. In centro Italia, tra gli altri, ci sono Lirio Abbate, de L’Espresso, protetto da otto anni per avere scritto „troppo“ di mafia, non ultima ‘Mafia Capitale’ e Federica Angeli che finisce nei guai dopo avere lavorato sul clan Spada di Ostia. All’audizione della Commissione racconta di essere stata anche sequestrata un’ora e mezza da Armando Spada dopo avere cercato di intervistarlo a telecamere accese. Da allora, è anche lei sotto scorta. Sicilia e Calabria non sono da meno, e la Campania la fa da padrone negli ultimi tempi con due casi gravissimi, uno non incluso nella Relazione perché troppo recente. Il primo riguarda le minacce ricevute da Sandro Ruotolo, di Servizio Pubblico, da Michele Zagaria, il secondo riguarda il caso del giornalista freelance Nello Trocchia, a cui il fratello di un noto camorrista vuole „spaccare il cranio“ ma ad oggi Nello è ancora senza protezione.

Molti di questi giornalisti, dice la Relazione, “a fronte di un devastante repertorio di intimidazioni (pallottole per posta, auto bruciate, minacce verbali) hanno ammesso di lavorare per pochi euro ad articolo, spesso senza contratto e con editori raramente disponibili ad andare oltre a una solidarietà di penna e di facciata”.

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E poi ci sono casi altrettanto gravi seppure utilizzino una violenza diversa. Sono minacce di querele pretestuose, che spesso non hanno nulla a che vedere con la mafia ma che la Commissione analizza lo stesso, ritenendole lesive. Un caso sentito in audizione è quello del giovanissimo Claudio Cordova, direttore de Il Dispaccio a Reggio Calabria, a cui un magistrato ha chiesto 500.000 come rimborso per „danni d’immagine“.

Un altro aspetto toccato dalla Commissione è quello dell’informazione „contigua, compiacente o persino collusa con le mafie. Perché se è vero che gli episodi di compiacenza a volte sono il prodotto delle minacce subite, è pur vero che esiste un reticolo di interessi criminali che ha trovato in alcuni mezzi di informazione e in alcuni editori un punto di saldatura e di reciproca tutela. Accanto a un numero crescente di giornalisti minacciati sopravvivono alcune sacche di informazione reticente. Di editori attenti a pretendere il silenzio delle loro redazioni su fatti o nomi ‘innominabili’. E di direttori che si prestano a sorvegliare, condizionare o redarguire quelle redazioni.“

Ecco quindi che l’audizione del giornalista agrigentino Franco Castaldo acquista particolare significato. Castaldo è ufficialmente un dipendente del giornale La Sicilia, con qualifica di capo servizio, ma il suo direttore-editore non lo fa lavorare e gli impedisce di entrare fisicamente nella redazione di Agrigento. La diatriba inizia quando nel 1995 Franco scrive di un maxi-processo dove un pentito accusava un importante imprenditore, Filippo Salamone, di essere vicino alla mafia. Salamone incontrò l’editore, e dopo questo incontro Franco venne trasferito a Catania in uno ‘sgabuzzino’ per poi finire pagato per non lavorare, mentre Salamone „per la cronaca“ — dice Franco in audizione — „è stato condannato definitivamente a sei anni e mezzo.“

Franco oggi dirige Grandangolo Il Giornale di Agrigento e scrive di mafia tutte le volte che lo ritiene necessario. È co-autore dell’inchiesta „Mafia in Deutschland“ di CORRECTIV.

Ma c’è un dato positivo, evidenzia la Commissione Antimafia. Si nota una „determinazione con cui una nuova generazione di giornalisti ritiene che la funzione etica del loro mestiere non possa essere svilita da condizioni di lavoro a volte umilianti ne dai rischi, dalle minacce, dall’isolamento. Giornalisti poco conosciuti, schivi, generosi, determinati”, che continuano a svolgere quotidianamente il loro lavoro e che sono i più degni eredi degli 11 uccisi nel nostro Paese (nove proprio dalle mafie).“

Peccato che la maggior parte siano freelance, non tutelati contrattualmente, che magari lavorano per pochi euro a pezzo, „lontano dai riflettori e alla periferia dell’impero, vittime di intimidazioni di ogni tipo“. La Commissione si è espressa dicendo che è proprio a loro che dobbiamo rivolgere particolare attenzione, trovando un rimedio per tutelare il loro ruolo fondamentale per la libera informazione in Italia.