I dossier
degli abusi

Storia di un crimine organizzato in Vaticano

La responsabilità del Vaticano nei casi di abusi sessuali è molto più ampia di quanto finora emerso. Lo dimostrano documenti riservati raccolti nel corso di un’inchiesta internazionale condotta da CORRECTIV. Un ruolo di primo piano nella vicenda spetterebbe a Joseph Ratzinger, in seguito papa Benedetto XVI. Alla luce di queste nuove rivelazioni, gli esperti chiedono di poter accedere agli archivi segreti del Vaticano.

Quando monsignor Damiano Marzotto Caotorta legge le prime righe della lettera, resta senza parole. Fino a quel momento aveva parlato, spiegato, riso e raccontato dei tempi passati per quasi un’ora. Ora tace: legge, le dita affusolate poggiate sulle labbra in segno di concentrazione. «È strano», ammette finalmente. Cerca di spiegare, ma le frasi restano incompiute; riflette. Il sacerdote milanese, ormai ottantenne, ha visto molte lettere simili a questa nel corso della sua carriera in Vaticano, alcune firmate da lui stesso; questa, invece, porta la firma del suo ex superiore. Eppure qualcosa non torna.

Il documento è parte di una serie di venti scambi epistolari raccolti da CORRECTIV nel corso di un’inchiesta internazionale durata due anni. In queste lettere, vescovi provenienti da Stati Uniti, Italia, Colombia, Portogallo, Australia, Austria e Germania si rivolgono al Vaticano in seguito a casi di abusi sessuali su minori commessi da sacerdoti. E la Santa Sede risponde.

I documenti rivelano l’esistenza di un sistema criminale organizzato all’interno del Vaticano: da almeno un secolo, i vertici della Chiesa cattolica cercano di nascondere i casi più gravi di violenza sui minori, facendoli sparire all’interno di un complesso sistema burocratico.

Dalle lettere si evince che i funzionari vaticani assegnavano di norma un numero di protocollo a ogni caso. Le segnalazioni di reati sessuali commessi da sacerdoti arrivavano da ogni angolo del mondo, venivano archiviate con cura, catalogate… e poi insabbiate. È in questo modo che gli abusi hanno potuto continuare. A pagarne il prezzo sono soprattutto le vittime, le cui vite restano per sempre segnate. Il trauma mina la fiducia negli adulti, interferisce con i rapporti familiari e spesso conduce a depressione profonda. Per decenni molti hanno lottato per ottenere dalla Chiesa un risarcimento economico come riconoscimento della sofferenza subita – o almeno delle scuse.

Per lungo tempo critiche pubbliche e richieste di chiarimenti si sono rivolte soprattutto ai vescovi locali, ma i documenti rivelano che una parte della storia è rimasta in ombra e non è stato dato il giusto peso alla responsabilità della Santa Sede. Il Vaticano non solo era a conoscenza dei fatti, ma spesso ha agito con ritardo, arrivando talvolta a revocare sanzioni e mantenendo sempre il massimo riserbo. Nella Chiesa regna una «cultura mortale del silenzio», afferma un ecclesiastico di alto rango.

Una lettera proveniente dalla Germania mette in luce in modo chiaro come il dibattito pubblico abbia trascurato la responsabilità di chi prendeva le decisioni: proprio le disposizioni del futuro papa tedesco, Benedetto XVI, hanno permesso a un sacerdote di abusare di altri bambini. Con questa lettera, che i vescovi hanno tenuto nascosta per anni e che CORRECTIV ha portato alla luce nel 2023, è partita un’indagine a livello internazionale alla ricerca di altri documenti, i cui originali si trovano probabilmente negli archivi segreti delle diocesi e del Vaticano.

I documenti tracciano un percorso che dall’esterno passa per le diocesi e arriva fino al centro: Roma.

 

Capitolo 1

Cosa sapeva il Vaticano

Le prime grandi rivelazioni risalgono al 2002 negli Stati Uniti, quando una squadra di giornalisti del Boston Globe mise in luce la reale portata degli abusi commessi dai sacerdoti. Il numero superava di gran lunga i singoli casi isolati: oggi si conoscono circa 200 autori di abusi sessuali solo a Boston. Basandosi su documenti interni, Il team riuscì a dimostrare come la gerarchia ecclesiastica locale trattasse concretamente gli autori degli abusi: i cardinali, seguendo uno schema prestabilito, li mettevano in congedo per malattia o li trasferivano per insabbiare i fatti. «I documenti non mentono», afferma Walter V. Robinson, a capo del team. «I politici possono mentire, i vescovi e i cardinali anche, ma i documenti no. E siccome avevamo i documenti, nessuno ha messo in dubbio le nostre indagini».

Per questo motivo, altre persone si dedicano al faticoso lavoro di raccogliere milioni di pagine di materiale. Come Terence McKiernan, che si definisce un «archivista guerrigliero della Chiesa» e con la sua organizzazione, Bishop Accountability, ha creato negli Stati Uniti un vasto database di articoli, documenti e lettere, comprendente anche i casi portati alla luce dal Boston Globe. A suo avviso, solo così è possibile ricostruire il percorso di vita di un abusatore.

La ricerca di tracce relative allo scambio epistolare con il Vaticano ha condotto CORRECTIV anche alla sua raccolta: in una lettera del 1981, il vescovo di Oakland, in California, chiede al Vaticano di allontanare dal sacerdozio un autore di abusi sessuali. Il caso rimane a Roma per sei anni, finché Papa Giovanni Paolo II non allontana il sacerdote. In quel periodo, Joseph Ratzinger era prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede e quindi responsabile del procedimento. In quei sei anni, l’autore degli abusi ha continuato a molestare altri bambini.

CORRECTIV ha scoperto in Italia un altro caso che è arrivato fino al Vaticano. Nel 2003, un vescovo si rivolge personalmente a Joseph Ratzinger in merito a un caso di abuso. Nel 2010, un collaboratore della Congregazione per la Dottrina della Fede chiede informazioni sullo stato del procedimento, che risale ormai a sette anni prima. Due giorni prima, lo stesso sacerdote aveva presentato la sua richiesta di dimissioni dallo stato clericale.

Anche in Colombia è emersa una lettera proveniente dal Vaticano. In questo caso, nel 2010, un funzionario dell’organo di controllo aveva chiesto informazioni a un vescovo su un caso di abuso: si trattava del sottosegretario Damiano Marzotto Caotorta, al quale CORRECTIV aveva già presentato diverse lettere. Dal numero di protocollo della missiva risulta che l’autorità era stata informata del caso fin dal 2004, quando Joseph Ratzinger ne era ancora a capo. L’autore del reato è poi deceduto e non è chiaro come la Congregazione per la Dottrina della Fede abbia gestito il procedimento prima della sua morte.

Su queste e altre lettere provenienti da diversi Paesi, di cui CORRECTIV è in possesso, compaiono numeri di protocollo che dimostrano come il Vaticano non solo fosse a conoscenza dei fatti fin dall’inizio, ma abbia anche sistematicamente catalogato i casi di abuso.

Gli abusi archiviati nella burocrazia vaticana

Una delle lettere firmate dal cardinale Ratzinger.

 

L’organo presso cui confluiscono queste lettere è uno dei più antichi e potenti della Curia romana: il Dicastero per la Dottrina della Fede, già Congregazione per la Dottrina della Fede. È l’istituzione incaricata di vigilare sull’ortodossia cattolica e di giudicare le violazioni commesse dai sacerdoti, compresi i casi di abuso. Dal 1982 al 2005 è stato guidato dal cardinale Joseph Ratzinger, poi divenuto papa Benedetto XVI. Considerato un teologo brillante e un’autorità indiscussa in materia di fede, ha plasmato l’istituzione per oltre due decenni. La sua firma compare su molte di queste lettere riservate.

I documenti smentiscono una delle giustificazioni più ricorrenti addotte dalla Chiesa quando si discute della sua responsabilità nell’accertamento degli abusi: i vescovi hanno sostenuto di non aver segnalato i casi a Roma perché, a loro dire, solo dal 2001 sarebbe diventato obbligatorio informare il Dicastero sugli autori degli abusi. Questa norma fu introdotta da Giovanni Paolo II e dal cardinale Ratzinger. Tuttavia, l’inchiesta dimostra che numerose lettere erano già giunte al Vaticano negli anni ‘80 e ‘90, e una di queste fa addirittura riferimento a una segnalazione risalente al 1972.

L’autorità aveva già inviato ai vescovi due direttive riservate, stabilendo che i responsabili ecclesiastici dovessero segnalare i casi più gravi fin dal 1922 e poi dal 1962. Il Vaticano era quindi con ogni probabilità a conoscenza degli abusi commessi da sacerdoti già da un secolo.

Per alcuni autori di reati le sanzioni sono state addirittura revocate: CORRECTIV è a conoscenza di due lettere con cui il cardinale Ratzinger aveva riabilitato i responsabili. Il caso proveniente dal Portogallo è il più antico della raccolta ed è in possesso esclusivo di CORRECTIV e del quotidiano Observador. Un frate francescano, che nel 1956 aveva abusato di una ragazza, fu segnalato a Roma nel 1972. Sebbene quella lettera sia andata perduta, su una successiva missiva di Ratzinger del 1991 compare un numero il protocollo 174/72. Con quel documento, a distanza di vent’anni, revocò parzialmente il divieto di confessare imposto al religioso.

I numeri di protocollo sono fondamentali per l’ordine negli archivi. Nel Dicastero per la Dottrina della Fede sono composti da un numero di pratica e dall’anno: ad esempio, 174/72 significa che la pratica è stata aperta nel 1972 ed era la 174ª pratica relativa a reati commessi da sacerdoti o a questioni di fede presentata quell’anno. Di norma, ogni documento, anche negli anni successivi, viene contrassegnato con lo stesso numero di protocollo, così da essere archiviato insieme agli altri atti dello stesso caso. In seguito il sistema è stato ampliato: oltre al numero di pratica e all’anno, ai documenti viene aggiunto, dopo un trattino, un numero progressivo. Questo codice è unico per ogni documento in entrata o in uscita dalla Congregazione per la Dottrina della Fede ed è assegnato indipendentemente dal singolo caso.

 

In alcuni casi Ratzinger inflisse anche delle sanzioni: autori di abusi furono dimessi dallo stato clericale o allontanati dalla Chiesa. Tuttavia, un sacerdote proveniente dalla Germania, che Ratzinger aveva scomunicato, venne riammesso nella Chiesa dopo circa tre anni. In questo modo l’uomo, nonostante la Chiesa fosse a conoscenza degli abusi commessi su minori, poté riprendere a operare senza restrizioni in una nuova diocesi.

Dai documenti emerge con chiarezza la reale priorità dei vertici ecclesiastici: proteggere l’istituzione e prevenire scandali. In due lettere distinte si afferma che la conoscenza di tali fatti potrebbe «scandalizzare la comunità dei fedeli». Il «bene della
Chiesa nel suo insieme», come lo definisce Ratzinger nella sua risposta a Oakland, sembra prevalere su quello dei suoi membri più giovani.

Il diritto ecclesiastico, o diritto canonico, è raccolto principalmente nel Codex Iuris Canonici (Codice di diritto canonico, in breve CIC), a cui si affiancano decreti papali e altre disposizioni normative. A differenza del diritto statale, la giustizia ecclesiastica è guidata dalla teologia. Le pene più gravi sono la scomunica, ossia l’esclusione dalla comunità ecclesiale, eventualmente revocabile, e la dimissione dallo stato clericale, cioè dal sacerdozio, definitiva e irreversibile.

 

Il diritto canonico, ancora oggi, non considera la violenza sessuale sui minori una violazione della loro integrità fisica o della loro salvezza spirituale. Per i sacerdoti, invece, essa costituisce una trasgressione del sesto comandamento, che recita: «Non commettere adulterio». Poiché i sacerdoti vivono sotto l’obbligo del celibato – ossia stringono un patto con Dio al momento dell’ordinazione con cui assumono l’impegno dell’astinenza sessuale – l’abuso rappresenta una violazione di tale obbligo.

 

Capitolo 2

Gli armadi segreti
del Vaticano

Monsignor Marzotto, visibilmente sorpreso da una delle lettere, spiega che tutti i casi di abusi commessi da sacerdoti sono conservati, di norma, in archivi riservati. Ha lavorato come sottosegretario della Congregazione per la Dottrina della Fede sotto il cardinale Ratzinger, e alla domanda su dove siano custoditi, indica uno schedario: «Armadi», risponde.

Lo storico della Chiesa Hubert Wolf dell’Università di Münster frequenta assiduamente gli archivi vaticani. Anche lui sa che esiste la categoria «Fonti riservate», in cui sono conservati i casi che riguardano i sacerdoti. Lo stesso Ratzinger raccontò inoltre in un’intervista del 1998 che esisteva una «cassaforte speciale» contenente i reati dei sacerdoti che «non possono essere resi pubblici». Sebbene le sezioni storiche degli archivi vaticani vengano gradualmente aperte alla ricerca, questi armadi restano con ogni probabilità chiusi.

Secondo diverse fonti, alcuni fascicoli sarebbero conservati anche nell’archivio della Segreteria di Stato vaticana, l’organismo che svolge funzioni sia interne sia diplomatiche.
Non è possibile stabilire quanti documenti siano complessivamente custoditi negli archivi del Vaticano.

La segretezza ha permesso che gli abusi sui minori continuassero per decenni: prima per mano dei vescovi, che spesso non segnalavano gli autori dei reati a Roma o lo facevano solo dopo anni, talvolta negoziando accordi di silenzio con le vittime; poi ad opera delle autorità vaticane come il cardinale Ratzinger, che nel 2001 inasprì l’obbligo di riservatezza, abolito poi da Papa Francesco nel 2019. Negli ultimi anni, anche durante il pontificato di Francesco, i vertici della Chiesa hanno modificato parti del diritto canonico sotto la pressione dell’opinione pubblica: oggi i vescovi rischiano sanzioni fino alla dimissione dallo stato clericale se non segnalano i casi, e sono stati rafforzati anche gli strumenti di prevenzione. Le vittime di abusi, tuttavia, restano ancora invisibili agli occhi del diritto canonico, e una revisione trasparente delle responsabilità del Vaticano continua a essere negata.

Secondo Charles Scicluna, ex stretto collaboratore di Ratzinger e oggi segretario aggiunto del Dicastero per la Dottrina della Fede, tra il 2001 e il 2010 l’Autorità ha trattato circa 2.100 casi. Dietro ciascuno di questi c’è la sofferenza di una o più persone. Solo in Francia, uno studio del 2023 ha individuato circa 216.000 vittime tra la popolazione che hanno subito abusi da parte di membri del clero; includendo anche gli abusi commessi da laici in contesti cattolici, il numero sale a circa 330.000. Negli Stati Uniti, Terence McKiernan di Bishop Accountability stima circa 250.000 potenziali vittime. A livello globale, il totale potrebbe arrivare a diversi milioni.

«Bruciare subito tutto il materiale»

Il Vaticano non solo istituì un archivio segreto contenente i fascicoli sugli abusi, ma ordinò addirittura la distruzione dei documenti sensibili. A dimostrarlo è una direttiva inviata dal Vaticano a Vienna nel 1938, poco dopo l’invasione dell’Austria da parte di Hitler: i fascicoli relativi agli abusi sessuali sui minori dovevano essere bruciati, probabilmente per timore che il materiale potesse finire nelle mani dei nazisti. L’ordine manoscritto non lasciò mai Roma e fu mostrato soltanto al messaggero incaricato di portarlo in Austria.
È significativo che l’ordine non riporti alcun numero di protocollo. Questi documenti sono stati analizzati dallo storico Davide Jabes, su iniziativa dell’inchiesta di CORRECTIV. (Leggi qui un’analisi esclusiva sulla sua scoperta.)

Ordine ai vescovi austriaci di bruciare i documenti.

 

Poiché la Curia romana è una delle istituzioni più antiche al mondo, gli archivi vaticani possono essere considerati la «memoria dell’umanità», osserva il canonista Thomas Schüller di Münster. Molti sviluppi politici ed ecclesiastici degli ultimi secoli sono noti proprio perché «il Vaticano ha sempre conservato i documenti in modo ottimale, quasi esemplare».

Ciononostante, questa memoria sembra presentare lacune intenzionali. Alcuni documenti, infatti, non vengono nemmeno archiviati, vengono classificati in modo errato o distrutti a livello locale. Oltre ai fascicoli bruciati in Austria nel 1938, oggi le diocesi devono rispettare termini di conservazione oltre i quali non sono più obbligate a mantenere certi documenti.

 

Anche i documenti di Joseph Ratzinger non sono più completi. In un’intervista del 2023, il suo ex segretario privato Georg Gänswein ha raccontato di aver consegnato alcuni documenti all’Archivio Apostolico Vaticano e al Dicastero per la Dottrina della Fede, mentre avrebbe distrutto le lettere private. In risposta alle numerose richieste di CORRECTIV, Gänswein ha comunicato che non risponderà ad alcuna domanda, in linea di principio.

 

Capitolo 3

La lettera che
non dovrebbe esistere

E poi c’è quella lettera per la quale nessuno ha una spiegazione, una lettera che lascia perplesso persino l’ex sottosegretario della Congregazione per la Dottrina della Fede, monsignor Marzotto. I documenti sui responsabili degli abusi raccolti da CORRECTIV recano un numero di protocollo che ne permette il rintracciamento negli archivi vaticani. Tutti, tranne l’ordine manoscritto degli anni ’30 di bruciare i fascicoli e una lettera di Joseph Ratzinger riguardante il sacerdote Peter H., proprio un caso che coinvolge l’ex arcidiocesi di Ratzinger.

È uno dei casi tedeschi più noti, di cui si è già parlato più volte, ma è bene che la sua storia venga raccontata anche in questa sede. In esso si evidenzia più chiaramente che in qualsiasi altro caso come la segretezza dei documenti abbia limitato i dibattiti pubblici a livello regionale, impedendo il riconoscimento della responsabilità del Vaticano. Il caso ha accompagnato Ratzinger in tutte le tappe significative della sua carriera: se ne è occupato per la prima volta come arcivescovo di Monaco e Frisinga, poi nuovamente alla Congregazione per la Dottrina della Fede, e infine la discussione sulla sua responsabilità lo ha raggiunto ancora una volta da papa e da papa emerito.

Il caso che perseguita l’ex Papa

Nel 1980, due anni prima del trasferimento di Joseph Ratzinger a Roma, durante una riunione a Monaco di Baviera si decide di accogliere il sacerdote Peter H., proveniente da Essen, che aveva già abusato di minori a Bottrop e a Essen e che dovrebbe seguire una terapia a Monaco. La terapia non ha esito positivo e, nell’estate del 1986, il sacerdote viene condannato da un tribunale a una pena sospesa e a una multa per ripetuti abusi su minori. I giudici non impongono alcuna restrizione al suo lavoro con bambini e adolescenti, sebbene una perizia avesse diagnosticato la pedofilia. Tutto ciò era noto all’arcidiocesi, la cui dirigenza decise comunque di reintegrare il sacerdote.

Lo psichiatra di H. gli vieta qualsiasi consumo di alcol, anche durante la messa, poiché l’uomo era solito bere proprio mentre commetteva gli abusi. L’arcidiocesi invia quindi a Roma una richiesta affinché al sacerdote sia consentito celebrare la messa senza vino. L’autorizzazione viene concessa dal Vaticano ed è firmata dal cardinale Ratzinger. Sebbene nella lettera dell’arcidiocesi fossero menzionati i reati del sacerdote e fosse allegato un certificato con la diagnosi di «pedofilia», l’autorizzazione non fa alcun riferimento agli abusi. A Peter H. viene così permesso di tornare a lavorare con i giovani. Il reinserimento non resta senza conseguenze: anche nella parrocchia successiva Peter H. abuserà di diversi bambini.

Uno di loro è Andreas Perr. All’età di circa undici anni è vittima degli abusi di H. nel comune di Garching an der Alz, nell’Alta Baviera. Il trauma di quella sera gli segna la vita per sempre; oggi si trova in carcere per reati legati alla droga. Il suo aggressore, invece, è libero e non può più essere perseguito penalmente. Perr cita quindi in giudizio l’arcidiocesi di Monaco e Frisinga, nonché Papa Benedetto, nel frattempo deceduto, per ottenere un risarcimento per danni morali. Nei duemila anni di storia della Chiesa, nessun papa è mai stato portato davanti a un tribunale secolare. Il procedimento non è ancora concluso.

Così Ratzinger non riesce a scrollarsi di dosso il caso nemmeno nella sua ultima fase come papa emerito. Ma già prima delle dimissioni dal pontificato si trova ad affrontarlo nuovamente: nel 2010 il caso H. emerge per la prima volta a livello internazionale, quando i media si interrogano sul ruolo del Papa in relazione a un autore di abusi. La questione torna a riaccendersi nel 2022, con la pubblicazione di una perizia sulla gestione dei casi di abusi nell’arcidiocesi. In entrambi gli anni il dibattito pubblico si concentra sul ruolo di Ratzinger come arcivescovo, poiché l’autorizzazione all’uso del mosto non è ancora nota all’opinione pubblica.

La perizia prende in esame il caso Peter H., ma non approfondisce lo scambio epistolare con il Vaticano — ad esempio il fatto che Ratzinger avesse firmato la lettera. Uno degli autori della perizia, Martin Pusch, spiega di essersi «deliberatamente limitati al ruolo del cardinale Joseph Ratzinger nella sua funzione di arcivescovo». Pusch ritiene tuttavia che «esistano presso la Congregazione per la Dottrina della Fede fascicoli relativi a casi di questo tipo». Un anno dopo, CORRECTIV entra in possesso del documento. Diventa così chiaro che la responsabilità di Ratzinger non si fermava alle porte di Roma.

Dopo la pubblicazione della lettera da parte di CORRECTIV, uno dei più stretti collaboratori di Benedetto XVI l’ha definita il frutto di una procedura di routine in Vaticano. Ratzinger avrebbe spesso firmato lettere senza esaminarne nel dettaglio il contenuto. La stessa lettera, tuttavia, smentisce questa versione: l’assenza del numero di protocollo dimostra che non si trattava di una procedura ordinaria.

L’arcidiocesi di Monaco e Frisinga ha comunicato, su richiesta di CORRECTIV, che le domande relative alla gestione degli atti da parte del Vaticano – compreso il numero di protocollo – possono trovare risposta solo presso quest’ultimo. Per tutte le altre domande, rimanda alla perizia del 2022. Uno degli ex segretari privati di Ratzinger, Josef Clemens, non risponde alle domande e fa riferimento al giuramento prestato. Ha lavorato per il cardinale Ratzinger nel periodo in cui è stata scritta la lettera sul succo d’uva.

Il canonista Schüller sottolinea che Ratzinger era «un prefetto molto meticoloso e preciso, che annotava con grande attenzione questi casi, soprattutto quando provenivano dall’area di lingua tedesca. Non si limitava a firmare alla cieca». Anche l’ex segretario privato del cardinale, Bruno Fink, conferma: «Ratzinger leggeva sempre tutto, ne sono certo».

Proprio su questa lettera, però, manca il numero di protocollo e nessuno degli esperti riesce a spiegarsi come sia possibile. In teoria, una lettera senza numero non dovrebbe esistere. «Onestamente, non riesco a spiegarmi come ciò possa accadere in una lettera del prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede indirizzata a un cardinale», afferma lo storico Wolf. L’ex sacerdote ed esperto di diritto canonico Patrick Wall osserva: «La mancanza del numero può avere diverse cause. Potrebbe trattarsi di una svista, ma Ratzinger non è il tipo da commetterne». Ne è convinto: «Nel caso di Peter H., l’assenza del numero non è un errore».

Intestazione del documento relativo al mosto, campo vuoto “N. prot.”

 

Senza numero, secondo il canonista Schüller sorge una domanda fondamentale riguardo al documento: «È stato effettivamente archiviato?» Su richiesta di CORRECTIV, un contatto in Vaticano verifica la documentazione disponibile sul caso e sembra trovare documenti a partire dal 2010. In quell’anno, quando il caso diventa di dominio pubblico, Peter H. viene segnalato anche alla Congregazione per la Dottrina della Fede per abusi – e non più solo per problemi di alcolismo. L’autorità assegna un numero: 163/2010. Di norma sarebbe stato riutilizzato il numero precedente, un forte indizio che nel 1986 non sia mai stato effettivamente creato un dossier, conferma Schüller. Non è chiaro se sia nascosto in uno degli armadi segreti o se non sia mai arrivato lì ed è stato distrutto. Nonostante tutte le nuove informazioni, la lettera sul succo d’uva rimane un mistero, un’ulteriore lacuna nella memoria vaticana.

 

L'entità del fenomeno era nota

Nel dibattito su quanto severamente il cardinale Ratzinger abbia agito nei confronti degli autori di abusi, i suoi sostenitori raccontano spesso un episodio emblematico: quando era a capo della Congregazione per la Dottrina della Fede a Roma, sulla sua scrivania arrivò il caso di Marcial Maciel Degollado. Il fondatore dei «Legionari di Cristo» aveva portato alla Chiesa cattolica, attraverso la sua organizzazione, numerosi giovani sacerdoti e ingenti somme di denaro. Membri di alto rango della Curia beneficiarono della sua rete e lui godeva della simpatia personale di Giovanni Paolo II. Che abusasse di quei giovani da decenni era noto in Vaticano già dagli anni ’40 e ’70. Alcuni di loro si rivolsero alla Santa Sede a partire dal 1997. Il cardinale Ratzinger dovette archiviare nuovamente le indagini contro Maciel a causa della sua influenza. Poco dopo la sua elezione a papa, incaricò la Congregazione di punire finalmente Maciel: all’ottantacinquenne fu ordinato di trascorrere la vecchiaia in «penitenza e preghiera». Secondo la leggenda, Ratzinger non poté agire finché Giovanni Paolo II era in vita, ma intervenne non appena il suo protettore non poté più difenderlo.

Anche se Maciel era senza dubbio una figura influente, il cardinale Ratzinger avrebbe potuto intervenire anche nei confronti di altri autori di abusi, ignoti al di fuori delle loro comunità: a Oakland, in Portogallo, nel caso di Peter H. e in molti altri.

I risultati di questa indagine mostrano che le giustificazioni abitualmente addotte della gerarchia ecclesiastica non reggono. La portata del fenomeno doveva essere nota fin dall’inizio: gli archivi sono pieni di materiale e le decisioni sui responsabili furono prese con piena cognizione di causa.

Non si trattava nemmeno di un problema limitato a livello regionale, come vescovi e funzionari vaticani avevano sostenuto all’inizio dello scandalo. «Perché dovrei indossare le scarpe degli americani, se non mi stanno bene?», aveva tuonato l’ex vescovo di Magonza Karl Lehmann. Che la scarpa calzi lo dimostrano i documenti tedeschi degli anni ’30 – e tutti gli altri fascicoli che rivelano colpevoli provenienti da tutto il mondo. È improbabile che si tratti di casi isolati: già nel 1922 esisteva un’autorità competente, come confermato nel 2001.

Charles Scicluna, segretario aggiunto di tale autorità, ha dichiarato in un’intervista che tra il 1975 e il 1985 non era stata inviata alla Congregazione per la Dottrina della Fede «nemmeno una segnalazione di casi di pedofilia nel clero». Tuttavia, proprio in quel periodo — nel 1981 — giunse all’autorità la richiesta del vescovo di Oakland di dimettere dallo stato clericale un sacerdote a causa dei suoi «rapporti discutibili con bambini piccoli».

Solo il Vaticano sa quanti numeri di protocollo siano stati assegnati.

 

Capitolo 4

La chiave
per fare luce sui fatti

Diversi esperti riferiscono che le questioni trattate nella Congregazione per la Dottrina della Fede erano note anche al papa: ogni settimana il prefetto e il pontefice si incontravano, ed era quest’ultimo a prendere la decisione finale in merito alle dimissioni dallo stato clericale.

Il nuovo papa, Leone XIV, non risponde alle domande di CORRECTIV. In un primo momento incarica la Pontificia Commissione per la Tutela dei Minori, alla quale viene assegnato un numero di protocollo: 404/2025. La Commissione dichiara di non essere in grado di esprimersi in merito. Seguono altre due lettere indirizzate al Papa e diversi tentativi di contattarlo nella sua residenza estiva di Castel Gandolfo: nessuna risposta. Anche la Congregazione per la Dottrina della Fede rimane in silenzio, nonostante 20 richieste.

Ogni volta che il tema torna alla ribalta, cardinali e papi si affrettano a esprimere pubblicamente il proprio rammarico per le sofferenze inflitte alle vittime. Dalle lettere emerge però con chiarezza che l’obiettivo è sempre stato quello di salvaguardare la reputazione dell’istituzione.

Thomas Doyle, esperto di diritto canonico ed ex collaboratore della rappresentanza diplomatica della Santa Sede negli Stati Uniti, ricorda che, durante il servizio prestato negli anni ’70 e ’80, molti funzionari di alto rango erano a conoscenza degli abusi sessuali commessi da sacerdoti e ne discutevano anche con membri della Curia. Dal suo racconto emerge l’esistenza di una sorta di «cerchia ristretta».

Ed è stato proprio il segretario aggiunto della Congregazione, Charles Scicluna, a dichiarare nel 2012 che nella Chiesa regnava una «cultura mortale del silenzio o “omertà”, intrinsecamente falsa e ingiusta». Con «omertà», termine che richiama il codice di silenzio della mafia, Scicluna riconosce che per i vertici ecclesiastici la buona reputazione dell’istituzione valesse più che fare i conti con i crimini commessi. Anche lui, tuttavia, non ha risposto alle richieste di chiarimenti.

Le lettere portate alla luce da questa ricerca offrono uno sguardo attraverso il buco della serratura degli archivi segreti del Vaticano, lasciando intuire quali informazioni potrebbero emergere dall’esame di un intero archivio: «Poiché la Chiesa cattolica è così metodica e ben organizzata, piccoli campioni ci consentono di ricostruire il quadro completo», spiega Terence McKiernan di Bishop Accountability. È quasi come poter osservare da vicino le azioni di prefetti e vescovi.

Lo storico della Chiesa Wolf invita la Chiesa cattolica a rendere pubblici tutti i documenti relativi agli abusi: «Vorrei poter consultare tutte le fonti romane dal 1900 al 2025 conservate presso la Segreteria di Stato e, in particolare, presso la Congregazione per la Dottrina della Fede». Vuole comprendere chi fosse a conoscenza dei fatti, dal semplice collaboratore fino al papa, e come siano state prese le decisioni. Anche l’avvocato Martin Pusch, autore della perizia sull’arcidiocesi, sollecita l’istituzione di una commissione internazionale e interdisciplinare incaricata di esaminare l’intero materiale.

Walter Robinson del Boston Globe afferma che «il problema principale della Chiesa rimane la mancanza di trasparenza; non comprendono l’importanza di un approfondito esame di coscienza per riconquistare la fiducia delle persone». Dubita che la Chiesa acconsentirebbe a rendere pubblici i propri documenti – «e non so se sopravviverebbe a una cosa del genere».

La giornalista italiana Federica Tourn, che da anni indaga sui casi di abuso, sostiene: «Se la Chiesa dimostrasse davvero trasparenza sulla questione degli abusi sessuali, tutto crollerebbe». Secondo lei, «la struttura della Chiesa si regge proprio su questo silenzio».

Terence McKiernan, collezionista di documenti negli Stati Uniti, si interroga sul diritto di proprietà dei fascicoli: «A chi appartengono questi documenti? Ai responsabili che non solo hanno tollerato gli abusi, ma in alcuni casi li hanno persino orchestrati?
Oppure alle persone che da bambini hanno subito quegli abusi?»

Anche Jennifer Stein, avvocatessa statunitense che ha rappresentato diverse vittime dei reati commessi a Oakland, è convinta che l’accesso agli atti sarebbe di grande aiuto per queste persone, che finalmente verrebbero credute. «La Chiesa cattolica potrebbe passare dalle parole ai fatti, se lo volesse; potrebbe smettere di nascondere i propri segreti e rendere accessibili tutte le informazioni».

Quando nel 2002 il Boston Globe portò alla luce gli abusi negli Stati Uniti, un collaboratore del cardinale di Boston disse al giornalista Walter Robinson: «Tu ti occupi della questione da un anno, ma la Chiesa lo fa da secoli. E crede di poter superare questa tempesta». Oggi Robinson commenta: «Penso che lo credano ancora».

L’esperto di diritto canonico Patrick Wall afferma: «I crimini di abuso sessuale su minori e il loro sistematico insabbiamento fanno parte del DNA della Chiesa cattolica». Poiché di fatto la Chiesa è organizzata come una monarchia, Wall è convinto: «Il compito del papa è mantenere l’unità. Per questo motivo, nulla cambierà».

Le risposte si trovano negli “armadi”, gli archivi del Vaticano.

469/81s. | Oakland, Kalifornien/USA

  •  1981: Il vescovo di Oakland riceve la richiesta di dispensa dallo stato clericale

  • 1985: Dopo ripetute sollecitazioni, il cardinale Ratzinger risponde: nonostante ci siano valide ragioni per dimettere l’uomo, il Dicastero necessita di più tempo per decidere. Si deve tenere conto della giovane età del sacerdote: dimetterlo ora potrebbe nuocere al bene della Chiesa nel suo insieme.

  • 1987: Un giorno prima del suo quarantesimo compleanno, il sacerdote viene dimesso dallo stato clericale.

  •  Secondo gli esperti, all’epoca era prassi non congedare sacerdoti sotto i 40 anni. La Chiesa era a corto di preti e la gerarchia ecclesiastica sotto Giovanni Paolo II sperava che problemi come il desiderio di sposarsi o le trasgressioni sessuali si sarebbero attenuati con la maturità.

11/96-06996 | Wisconsin, Milwaukee/USA

  • Luglio 1996: Il vescovo Rembert G. Weakland segnala al Dicastero per la Dottrina della Fede due sacerdoti autori di abusi.
  • Uno dei sacerdoti aveva abusato di circa 200 bambini in una scuola per non udenti.
  • Marzo 1997: Il vescovo scrive alla Segnatura Apostolica (Corte suprema vaticana) a causa della mancata risposta.
  • Marzo-aprile 1997: Le risposte del Dicastero (segretario Tarcisio Bertone) e della Segnatura Apostolica si sovrappongono. Il Dicastero è competente; al vescovo viene concesso di procedere secondo il decreto del 1962. Viene avviato un procedimento penale con l’obiettivo di espellere il sacerdote dallo stato clericale.
  • Gennaio 1998: Il sacerdote cerca di impugnare il procedimento presso il Dicastero.
  • Aprile 1998: Il Dicastero sospende il procedimento, invitando a esaurire altre vie legali.
  • Maggio 1998: Dopo un incontro, i vescovi decidono di chiudere il procedimento penale in corso e di avviarne uno di tipo amministrativo.
  • 21 agosto1998: Morte del sacerdote.

174/72 | Lisbona, Portogallo

  • 1956: Abuso su una bambina.
  • 1972: Segnalazione al Dicastero per la Dottrina della Fede, seguita dall’imposizione del divieto di confessare.
  • 1991: Il cardinale Ratzinger revoca parzialmente il divieto di confessare.

70/89s. | 1989 Springfield, Illinois/USA

  • 1985: Un sacerdote di Springfield viene condannato a 14 anni di reclusione per molestie sessuali; la notizia viene riportata dai media.
  • Febbraio 1989: Il vescovo di Springfield si rivolge al Dicastero; il sacerdote rifiuta di presentare personalmente richiesta di dimissioni dallo stato clericale.
  • Luglio 1989: Risposta del Dicastero a cura del cardinale Ratzinger: finché il sacerdote non ne fa richiesta, il Dicastero non può intervenire; riferimento alle norme penali del Codice di Diritto Canonico.
  • 2003: Il vescovo segnala un sacerdote di Savona al Dicastero per la Dottrina della Fede.
  • Aprile 2006: Incontro del vescovo con Scicluna a Roma.
  • Aprile 2006: Il Dicastero stabilisce che il sacerdote debba presentare richiesta di dimissioni dallo stato clericale; in caso contrario, la diocesi dovrà avviare un procedimento penale.
  • Intorno al 2009: La parte lesa, Francesco Zanardi, si rivolge alla diocesi e presenta denuncia contro il sacerdote.
  • Marzo 2010: Il segretario del Dicastero, Ladaria, chiede aggiornamenti.
  • Due giorni prima: Il sacerdote presenta la richiesta di dimissioni, presumibilmente su sollecitazione del nuovo vescovo.

578/2004-32056 | Pereira, Colombia

  •  2002: Prime accuse contro un sacerdote.
  • 2004: Il vescovo di Pereira segnala il sacerdote al Dicastero per la Dottrina della Fede.
  • 2006: Il Dicastero dispone un procedimento amministrativo.
  • 2010: La Procura avvia un procedimento a seguito di nuove accuse.
  • 2010: Il sottosegretario Damiano Marzotto Caotorta chiede aggiornamenti sul caso.
  • Il vescovo risponde inizialmente che il caso è stato chiarito, ma successivamente ammette che il sacerdote è stato condannato a una pena detentiva.
  • 2014: Morte del sacerdote.

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